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Kintsugi: un vaso rotto sarà più bello di prima - Studio Yume
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Kintsugi: un vaso rotto sarà più bello di prima

Kintsugi: un vaso rotto sarà più bello di prima

Pare che il kintsugi abbia avuto origine nel XV secolo, quando Ashikaga Yoshimasa, uno shogun giapponese dopo aver rotto la propria tazza di tè preferita la inviò in Cina per farla riparare. Il lavoro di riparazione, tuttavia, venne fatto con “punti metallici” che erano lo standard utilizzato a quell’epoca. Ma la bellezza della tazza era penalizzata da quegli interventi. Deluso, lo shogun chiese allora a degli artigiani giapponesi di trovare una soluzione esteticamente più bella, ed è così che i vasai ebbero l’idea di riempire le crepe con resina laccata e polvere d’oro. La ceramica rotta era diventata un’opera d’arte, ed era nato il kintsugi.

Kintsugi (金継ぎ) o kintsukuroi (金繕い),kintsugi-passo-4 letteralmente “riparare con l’oro”, è il nome di un’antica arte giapponese usata per riparare oggetti in ceramica. La tecnica kintsugi consiste nel saldare insieme i frammenti dell’oggetto usando una mistura di lacca e oro in polvere o, più raramente, argento. Nella tecnica tradizionale i pezzi rotti dell’oggetto in ceramica (solitamente vasellame) sono saldati con un sottile strato di lacca urushi, derivata dalla resina di un albero. Lo strato finale di lacca urushi viene poi ricoperto con oro o argento in polvere a granulometria molto fine, e in seguito brunito con una pietra d’agata. Lo scopo delle riparazioni eseguite con questa tecnica non è quello di nascondere il danno, ma di enfatizzarlo, incorporandolo nell’estetica dell’oggetto riparato che in tal modo diventa, dal punto di vista artistico, “migliore del nuovo”. Rispetto all’oggetto nuovo, infatti, l’oggetto riparato è più prezioso, sia per la presenza dell’oro o dell’argento, sia per la sua unicità, una volta che è passato per le mani sapienti dell’artista che ha eseguito la riparazione.

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L’approccio giapponese alla rottura di oggetti come vasi o piatti in ceramica insegna cha da una rottura può nascere una nuova interezza. Caterina Steri, psicoterapeuta, scrive questa riflessione nell’accostare il kintsugi alla pratica di psicoterapia:

“Si tratta di una pratica al cui significato noi occidentali potremmo essere un po’ restii. Infatti, quando capita che ci cada dalle mani una ceramica, ci arrabbiamo o ci dispiacciamo, e se decidiamo di ripararla cerchiamo di farlo in modo tale che gli arrangiamenti non siano visibili. Quasi a vergognarci di esporre nei nostri ambienti un oggetto rotto e poi riparato. Il kintsugi invece, spiega che da una ferita può nascere una forma e una storia ancora più preziosa sia esteticamente che interiormente. Anche nella vita quotidiana, per gli occidentali quasi sempre la rottura ha un’accezione negativa, di dolore, vergogna, senso di colpa e fallimento. kintsugi-9Per i giapponesi invece ogni storia, anche la più travagliata, è origine di bellezza e ogni cicatrice viene mostrata orgogliosamente come la cosa più preziosa che abbiano. Il dolore può e viene vissuto in tutta la sua interezza. Forse nel modo più discreto ed elegante tipico degli orientali? Quello che mi affascina è l’origine di una nuova vita dovuta alla rottura stessa. I giapponesi con il kintsugi, forse, si rifanno in modo molto più consapevole di noi a quello che è il concetto di resilienza. Cercano di crescere dall’esperienza dolorosa e la valorizzano, tanto da usare un metallo prezioso come l’oro per riparare le crepe; non cancellandole, ma evidenziandole per renderle più preziose. Superare le avversità e diventare più forti rispetto al nostro vissuto, è un passo che anche noi occidentali riusciamo a fare. Ciò che ci frena è che spesso tendiamo a conferire alle crisi solo un valore negativo e ci ostiniamo a non darci la possibilità di trovare un bagliore positivo che permetta di metterci in contatto con tutte le forze e le risorse che abbiamo maturato anche grazie alle tragedie subite, con la consapevolezza di aver imparato qualcosa di più, di esserne usciti ulteriormente arricchiti, di essere stati resilienti. Influenzata dalla mia forma mentis, non posso che accomunare il processo di psicoterapia alla tecnica del kintsugi. Anch’essa aiuta le persone che hanno rotto con il proprio benessere, con se stesse e con gli altri a superare gli eventi critici in modo totalmente personale per diventare ancora più preziose, più forti di prima e con evidenti risorse che prima non venivano notate.

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Se noi europei diciamo “un vaso rotto non sarà mai come prima”, i giapponesi dicono “un vaso rotto sarà più bello di prima”, perché saprà di vissuto, proprio come un legame spezzato e rinsaldato con più forza.

Chiara LancerinChiara Lancerin
Chiara Lancerin