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La poesia del corpo - Studio Yume
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La poesia del corpo

La poesia del corpo

Da quando nasciamo e per tutta la nostra vita, il corpo racconta una storia che parla di noi e del nostro modo di vivere e di come interpretiamo la realtà, nel rapporto con noi stessi, con gli altri e con la Vita stessa. In questo estratto dal libro “La malattia cerca di guarirmi” (Dr. P.Dransart) l’autore interpreta con chiave metaforica i significati che il nostro corpo, nella molteplicità delle parti di cui è composto, esprime per favorire la nostra crescita interiore.

La testa, il capo, è quella che dirigecapitale), ha bisogno di lucidità e freddezza (“avere la testa lucida”), ma qualche volta l’emozione risale e travalica la ragione (“ci dà alla testa”).

Le idee scendono attraverso la nuca, incontrando l’energia del respiro e del cuore per diventare desideri che si esprimono vuoi con la parola, attraverso la laringe, vuoi con l’azione, che si proietterà nel mondo esterno per mezzo delle spalle, nelle quali potrà trovare aiuto (“sentirsi spalleggiata”) o un blocco (“avere le spalle al muro”).

Gli arti superiori parlano dell’azione e della capacità d’azione (“avere le mani lunghe”, “mi sono cascate le braccia”) oppure dell’ambizione (“sgomitare”), della pigrizia (il famoso “olio di gomito” che viene a mancare); un gomito che, quando bisogna piegarsi, si piega.

Il polso è quello che conferisce contemporaneamente morbidezza fermezza nella giusta dose (“avere polso”), su cui si fonda l’abilità della mano (“avere la mano”), ma anche la capacità di scambio e di comando (“avere un pugno di ferro”), e la destrezza delle dita, le quali ci parlano anche di conoscenza (“puntare il dito su qualcosa”).

La colonna vertebrale è quella che ci permette di stare in piedi di fronte alla vita (altrimenti si è “smidollati”, o “senza spina dorsale”), di caricarci tutto sulle spalle (“avere tutto sul groppone”) e, talvolta, d’essere colpiti alla schiena (“l’hanno pugnalato alle spalle”).

Gli arti inferiori ci permettono di avanzare, ma anche di andare verso gli altri, ossia di entrare in relazione sul piano personale o sociale; è la storia del bambino che impara a camminare sulle sue gambe, e scopre il mondo.

L’anca è il punto su cui ci reggiamo, e talvolta l’appoggio viene meno, un po’ come per le spalle; ma l’anca è più sensibile al tradimento. Il ginocchio ci ricorda che per andare avanti bisogna piegarsi, qualche volta persino inginocchiarsi, vincendo l’orgoglio… La caviglia è quella che imprime la direzione di marcia, ma è anche un punto debole nella nostra relazione con il mondo (il tendine d’Achille, da cui il famoso tallone d’Achille). Il piede esprime la nostra base tramite il tallone (“avere i piedi ben piantati per terra”), e tramite le dita avanza nel mondo relazionale con maggiore o minore convinzione (“tastare il terreno”, “farsi pestare i piedi”).

Il cuore è quanto ci anima, e nel sistema circolatorio (cuore e vasi sanguigni) noi siamo interi, anima e corpo, nelle cose che intraprendiamo, nelle relazioni, ci identifichiamo con le arterie in mancanza di “ritorno” venoso (“metterci tutto il cuore”, “farsi montare il sangue alla testa”).

Il respiro è vita, è gioia di vivere e di respirare, ma è anche ritmo, è sapersi riposare (“saper tirare il fiato”), ed è anche lo spazio che certe volte ci manca (“mi togli il fiato”); è quello scambio attraverso il quale respiriamo l’aria del nemico, dal quale dobbiamo proteggerci.

Attraverso ciò che mangiamo e beviamo assimiliamo sia il lato materiale che quello emozionale delle nostre esperienze di vita, addentiamo la vita con gusto, oppure ci resta sullo stomaco, a meno che la cistifellea non venga a dirci, con un misto di ansia e collera che quell’esperienza è un po’ troppo “pesante” da digerire (“mi viene un travaso di bile”).

L’intestino tenue discerne e smista, il fegato vuole far “sue” tutte queste cose, possederle, in un desiderio talvolta bulimico e pericoloso di esperienze esistenziali che sarebbe stato più saggio evitare.

Il colon elimina, e lo fa al prezzo di un’alchimia laboriosa che gli permette di rinunciare a certe cose del passato, di non trattenerle, e andare avanti, voltare pagina, invece di continuare a dire che la tal cosa “fa cag…”.

Il pancreas ci parla della dolcezza della vita, una nozione che ci aiuta a “digerire” cose meno dolci; ma è anche l’organo preposto a gestire l’energia delle nostre imprese.

La milza è un cimitero, il luogo di tutte le nostalgie (in inglese spleen, ossia “milza” e “nostalgia”), delle cose incompiute; ma ci rimanda anche al senso della misura (“correre fino a farsi scoppiare la milza”), al fare ritorno alla terra, e a ciò che vi è sepolto.

I reni bilanciano, soppesano il pro e il contro e decidono, ma ci aiutano anche ad affrontare la vita, dando dei “colpi di reni”, a livello delle vertebre lombari, e a vincere le nostre paure (“a non farsela sotto”) grazie alle surrenali. Poi, quest’emozione ormai consunta viene evacuata dalla vescica, per mezzo della quale l’animale, in noi, vuole definire il proprio territorio. Guai all’intruso che vi penetra (Staphysagria). E delle persone che non hanno più in senso del proprio limite si dice, appunto, che “pisciano fuori dal vaso”.

Anche la localizzazione dell’apparato ghiandolare non è indifferente. La tiroide è tra l’alto e il basso, tra il dentro e il fuori, e lo iodio della tiroide ha un colore violetto, che unisce l’azzurro del cielo e del pensiero sereno al rosso dell’emozione e del sangue grazie al quale ci caliamo nella materia; è nella tiroide che si equilibrano l’azione volta all’esterno e il ritirarsi verso l’interno: come ho già detto, in greco tiroide vuol dire “simile a porta”.

Le ghiandole surrenali, situate sopra i reni, possono all’istante mobilitarne tutta l’energia per far fronte al pericolo e alla paura.

Naturalmente, l’apparato genitale evoca la sessualità, la relazione intima con l’altro, ma anche il rapporto con i nostri figli, la nostra capacità di essere padre o madre, d’essere un uomo potente (prostata) o una donna realizzata.

La pelle è il luogo della presa di coscienza, essa avvolge ciò che definisce il limite tra l’io e il non-io, è il luogo del contatto con l’altro. Ci parla di protezione (“salvarsi la pelle”), dei nostri punti deboli o forti (“ci ho fatto il callo”), e anche di dolore relazionale (“a fior di pelle”, “avere la pelle sottile”). Ma è anche qualcosa che ci mette in mostra, è quello che avremmo voluto nascondere e che, non senza vergogna, viene esposto (l’acne, per esempio). Il nostro guscio, la nostra immagine, il luogo dei nostri conflitti narcisistici, che è anche accarezzato, toccato… E, in un certo senso, la pelle ci parla di amore. Il corpo intero ci parla, ed è una storia bellissima…

Fonte: La malattia cerca di guarirmi di Dott. Philippe Dransart, Edizioni AMRITA (pagg. 32-34)

Chiara Lancerin
Chiara Lancerin